Cooling poverty: salute, casa e giustizia sociale nelle estati sempre più calde

6 lug 2026
Per molto tempo la povertà energetica è stata raccontata soprattutto come un problema invernale: case fredde, difficoltà a pagare il riscaldamento, famiglie costrette a ridurre i consumi per contenere le bollette. Oggi, però, la crisi climatica ci obbliga ad allargare lo sguardo. Le estati sono sempre più calde, le ondate di calore più frequenti e intense, e per molte persone mantenere la propria casa fresca e sicura sta diventando una nuova forma di disuguaglianza.
È in questo quadro che si parla di cooling poverty, o povertà energetica estiva: la difficoltà di vivere in un’abitazione adeguatamente fresca durante i periodi di caldo intenso. Non significa semplicemente non avere un condizionatore. Significa abitare in case poco isolate, senza schermature solari, con scarsa ventilazione, magari in quartieri con poco verde, poche zone d’ombra e pochi spazi pubblici accessibili dove trovare sollievo.
Il caldo estremo non è più un fenomeno eccezionale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Regione europea si sta riscaldando a una velocità circa doppia rispetto alla media globale e, nel 2024, i decessi legati al caldo in Europa sono stati stimati in quasi 63.000. Anche il rapporto European State of the Climate 2025 evidenzia che quasi tutto il continente europeo ha registrato temperature annuali superiori alla media.
Le ondate di calore sono un rischio concreto per la salute, soprattutto quando le temperature elevate durano più giorni, sono accompagnate da umidità, assenza di ventilazione e notti tropicali che impediscono al corpo di recuperare. Il Ministero della Salute ricorda che il caldo estremo può aggravare le condizioni di salute delle persone con patologie croniche e che più l’ondata di calore è prolungata, maggiori sono gli effetti negativi attesi sulla salute. Per questo, anche nel 2026, sono attivi i bollettini sulle ondate di calore in 27 città italiane, con previsioni a 24, 48 e 72 ore e livelli di rischio crescenti.
Ma il caldo non colpisce tutti allo stesso modo. Per alcune famiglie il raffrescamento domestico è una spesa gestibile; per altre diventa una scelta difficile tra salute, comfort minimo e possibilità di pagare la bolletta. Secondo il Joint Research Centre della Commissione europea, nel 2023 il 26% delle famiglie europee non riusciva a mantenere la propria abitazione confortevolmente fresca durante l’estate; tra le famiglie a reddito più basso, la quota saliva a quasi il 35%.
In Italia, la cooling poverty si inserisce in un quadro già fragile. Secondo l’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica, nel 2024 circa 2,4 milioni di famiglie, pari al 9,1% del totale, vivevano in condizione di povertà energetica. A questo si aggiunge il dato sulla povertà assoluta: nel 2024, secondo ISTAT, oltre 2,2 milioni di famiglie e 5,7 milioni di persone si trovavano in povertà assoluta. In questi casi, affrontare il caldo non è una questione di comfort, ma di protezione della salute e della dignità quotidiana.
Anche i costi pesano. Federconsumatori ha stimato che una famiglia di tre persone che utilizza due condizionatori per sette ore al giorno può spendere circa 66,40 euro al mese se dispone di apparecchi efficienti, mentre la spesa può arrivare a 159,20 euro al mese con apparecchi datati e poco efficienti. La differenza è del 140%. Il dato mostra chiaramente che non basta “avere un condizionatore”: contano l’efficienza degli apparecchi, le condizioni dell’abitazione, il costo dell’energia e la capacità economica della famiglia.
Affrontare la cooling poverty non significa promuovere un uso indiscriminato dell’aria condizionata. Significa, al contrario, costruire risposte più eque, sostenibili ed efficaci. Prima degli impianti, servono case capaci di proteggere dal caldo: isolamento termico, schermature solari, tende esterne, ventilazione naturale, riduzione dell’irraggiamento, infissi adeguati e interventi semplici per limitare il surriscaldamento degli ambienti. Quando il raffrescamento meccanico è necessario, è importante orientarsi verso dispositivi efficienti, correttamente installati e utilizzati in modo consapevole.
La risposta deve però andare oltre la singola abitazione. Il caldo estremo è anche una questione urbana e sociale. Alberi, aree d’ombra, fontane, spazi pubblici accessibili, luoghi climatizzati aperti alla cittadinanza e reti di prossimità possono fare la differenza, soprattutto nei quartieri più vulnerabili. Le persone anziane, chi vive solo, le famiglie con bambini piccoli, le persone con disabilità, chi soffre di patologie croniche e chi abita in case sovraffollate o poco adeguate sono tra i gruppi più esposti.
Per questo il ruolo degli sportelli energia, degli enti del terzo settore e delle reti territoriali è fondamentale. Informare le persone, aiutarle a leggere i consumi, orientarle tra bonus e strumenti disponibili, spiegare come ridurre il caldo in casa con misure semplici e intercettare situazioni di fragilità sono azioni concrete di prevenzione. In molti casi, il primo passo non è tecnologico, ma relazionale: ascoltare i bisogni, costruire fiducia e rendere accessibili informazioni che altrimenti restano troppo tecniche o lontane dalla vita quotidiana.
La cooling poverty ci ricorda che l’adattamento al cambiamento climatico è anche una questione di giustizia sociale. Proteggersi dal caldo estremo non può diventare un privilegio per chi può permetterselo. Garantire abitazioni più sicure, città più vivibili e servizi di supporto più vicini alle persone significa difendere il diritto alla salute, alla casa e a una vita dignitosa anche durante le estati più difficili.
