Caldo estremo in città: perché serve ripensare gli spazi urbani e coinvolgere i cittadini

5 gen 2026
Nello scorso evento tematico abbiamo parlato del fenomeno dell’isola di calore urbana, ovvero dell’aumento delle temperature in alcune zone delle città rispetto alle aree rurali o periferiche. Questo effetto è legato sia ai cambiamenti climatici sia alle caratteristiche stesse degli ambienti urbani: alta densità edilizia, uso diffuso di asfalto e cemento, scarsa presenza di verde, materiali che assorbono e rilasciano calore, traffico e uso dei condizionatori che immettono ulteriore calore all’esterno.
Il caldo estremo rappresenta oggi uno dei principali rischi climatici per le città, soprattutto in area mediterranea, con conseguenze importanti sulla salute, in particolare per le persone più vulnerabili come anziani, bambini e persone con patologie. Oltre agli effetti sanitari, il surriscaldamento urbano ha ricadute anche su consumi energetici, qualità dell’aria, biodiversità e infrastrutture.
Un aspetto centrale emerso è il legame tra isola di calore e povertà energetica. Nei quartieri più densi e con minore presenza di verde, spesso abitati da fasce di popolazione più fragili, il caldo è più intenso e allo stesso tempo le famiglie hanno meno possibilità economiche di raffrescarsi con sistemi meccanici. Questo crea una doppia disuguaglianza: maggiore esposizione al caldo e minore capacità di protezione.
Per affrontare il problema sono state presentate diverse tipologie di soluzioni:
Soluzioni “green”, basate sulla vegetazione: alberi, parchi, tetti e facciate verdi, spazi permeabili, giardini di comunità. Le piante aiutano a ridurre la temperatura grazie all’ombra e all’evapotraspirazione.
Soluzioni “blu”, legate all’uso dell’acqua: fontane, superfici bagnate, sistemi di nebulizzazione che sfruttano l’evaporazione per abbassare la temperatura.
Soluzioni “grey”, cioè interventi urbanistici e architettonici: tettoie, pergolati, schermature solari, orientamento degli edifici e delle strade, materiali riflettenti per tetti e pavimentazioni.
Misure “soft”, non strutturali: informazione, piani di prevenzione, cambiamento dei comportamenti, sistemi di allerta e politiche urbane che integrano l’adattamento climatico.
Un tema particolarmente rilevante è quello dei rifugi climatici, spazi pubblici accessibili e gratuiti dove le persone possono trovare sollievo durante le ondate di calore. Possono essere parchi, piazze ombreggiate, cortili scolastici, biblioteche, centri culturali o spazi appositamente attrezzati con verde, acqua e ombreggiamenti. Oltre al beneficio termico, questi luoghi favoriscono anche l’inclusione sociale, la socialità e la riduzione dei consumi domestici per il raffrescamento.
È stato sottolineato come molte città europee stiano già sviluppando reti di rifugi climatici e strumenti digitali per informarvi i cittadini, spesso attraverso processi di co-progettazione che coinvolgono direttamente la popolazione. La partecipazione è considerata fondamentale sia per migliorare l’efficacia delle soluzioni sia per favorire un cambiamento reale dei comportamenti.
In sintesi, l’incontro ha messo in evidenza che il contrasto al caldo urbano non è solo una questione tecnica, ma anche sociale e partecipativa: serve ripensare gli spazi pubblici, integrare l’adattamento nelle politiche urbane e coinvolgere attivamente i cittadini, con particolare attenzione ai quartieri e alle persone più vulnerabili.
ENEA sta rilevando abitudini, bisogni e visioni per la progettazione e la promozione di tali rifugi. Partecipando all’indagine, contribuirai a una ricerca sulla mitigazione del microclima locale condotta dall’ENEA nell’ambito del Progetto "Tecnologie per la penetrazione efficiente del vettore elettrico negli usi finali” – Programma nazionale Ricerca di Sistema Elettrico PTR 2025-2027. Clicca qui per rispondere al sondaggio.



